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Il Parkinson: Diagnosi > La Lentezza

      LA LENTEZZA NEL PARKINSON.

COSA SI INTENDE PER LENTEZZA:
Altrimenti definita bradicinesia.
Non c’è Parkinson senza questo sintomo.
Nei criteri clinici definiti per la diagnosi di malattia è un sintomo obbligatorio e non può essere altrimenti per quello che è il sintomo più caratteristico della malattia.   
Il termine viene dal greco e significa movimento lento.
lentezza nel parkinson

La lentezza del movimento si esprime sia nel ritardo ad iniziare il movimento (acinesia) che nel rallentamento della velocità di esecuzione (ipocinesia).   
Per definirla sesso vengono impiegati termini quali acinesia o ipocinesia.   
  
Ma la bradicinesia è qualcosa di più di un film al rallentatore.
Il paziente è sì più lento ma presenta anche un impoverimento dei movimenti in generale.
E’  per questo che lo si vede con lo sguardo fisso, la mimica facciale ridotta, che sbatte poco gli occhi (ammiccamento).
E ancora gesticola poco quando parla e cammina come un automa con le braccia quasi incollate al tronco.
Quando firma nello scrivere il suo nome il paziente Parkinsoniano manifesta spesso la sua condizione in relazione a quella che viene definita micrografia (scrittura piccola e con caratteri incerti).
La letteratura scientifica è ricca di studi mirati sulla comprensione delle basi neurofisiologiche della bradicinesia.
C’è accordo generale nel ritenere il sintomo diretta conseguenza del danno anatomico-funzionale dei gangli della base.   
Si ritiene, infatti, che la bradicinesia dipenda da una alterata funzione dello striato (formazione del cervello posta a lato del talamo e costituita da globo pallido, nucleo caudato, putamen) conseguente alla mancata stimolazione dopaminergica da parte della sostanza nera.
La valutazione del sintomo è uno dei momenti importanti della visita del paziente affetto da Parkinson.
L’UPDRS, scala di valutazione clinica utilizzata nella malattia, prevede molte domande (nella sezione 2) e prove (nella sezione 3) finalizzate a quantificare l’entità del sintomo che, a ragione, potremo definire quello che meglio descrive la gravità ed il grado di evoluzione della malattia.
Ad esempio verrà chiesto al paziente di alzarsi da una sedia tendendo le mani incrociate, di aprire e chiudere ripetutamente pollice ed indice, di volgere velocemente i palmi delle mani verso l’alto e il basso, di aprire e chiudere la mano a pugno.
E ancora, nei test da stimolo farmacologico alla valutazione della sezione terza dell’UPDRS si accompagnerà la valutazione cronometrica del tempo impiegato a percorrere una distanza definita e del numero di volte che il paziente riuscirà a percuotere alternativamente due pulsanti posti davanti a lui.
La prova si ripete due volte: una prima senza farmaco ed una seconda volta dopo aver somministrato apomorfina o levodopa.
Se tra le due prove c’è una differenza significativa nelle performance motorie (in pratica miglioramento della bradicinesia) avremo una conferma molto attendibile della diagnosi di parkinson e potremo anche formulare un giudizio circa la futura risposta alla terapia.  
 
A molti non sfugge la considerazione che gli anziani in generale sono più lenti.
Il che è vero.
E’ stato calcolato che la persone ultrasessantacinquenne “rallenta” la sua velocità di marcia dell’1,6% all’anno.
Non per questo è parkinsoniano.
Anche altre considerazioni aiutano a differenziare la malattia di Parkinson dall’invecchiamento fisiologico.
Ad esempio l’asimmetria, vale a dire che a lungo nel Parkinson i sintomi tutti sono più evidenti in una metà della persona.
Un’altra caratteristica importante è che il parkinsoniano non riesce a “modulare” il movimento.
Laddove un anziano riesce, anche se più lentamente del giovane, a portare dei rapidi cambiamenti del movimento iniziato adattandosi a variazioni anche improvvise del suo “progetto motorio” questo è molto difficile nel parkinsoniano.
In pratica una volta che il cervello ha dato inizio ad una sequenza di movimento , i centri di controllo (che vedono la partecipazione dei nuclei della base, quei nuclei selettivamente colpiti nella malattia) non riescono più a regolarlo in caso di variazioni.
Si perde pertanto la funzione di adattamento del movimento.  
E’ come se fosse un treno costretto nella sua corsa su un binario obbligato e con il macchinista che non riesce ad adattarsi alle segnalazioni che vengono dai segnali lungo la strada ferrata.
In condizioni normali siamo degli automobilisti a bordo di una fuoriserie e su una autostrada a sei corsie, in grado di variare direzione e velocità a nostro piacimento, perché sia il mezzo che la strada lo consentono.   
Un altro fenomeno assilla spesso il paziente parkinsoniano, non risponde bene alla terapia e richiede un programma, soprattutto riabilitativo, specifico a causa delle sue possibili conseguenze.
Si tratta del freezing.
In pratica il paziente quando inizia a camminare o quando deve cambiare il senso della propria marcia resta con i piedi incollati per terra.
Spesso fa dei passettini sul posto che danno all’osservatore esterno la sensazione di una “paura di camminare”.
La terapia farmacologica in un primo momento riesce ad alleviare il sintomo.
L’evoluzione successiva della malattia fa perdere questa efficacia, come pure non sembra utile la DBS sul sintomo bradicinesia.

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